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La particolare collocazione geografica. alla confluenza appunto di vie fluviali, ha determinato fin dai tempi più antichi l’incrociarsi di correnti culturali e di gruppi umani di diversa provenienza. La prima diffusa occupazione del territorio finora documentata risale ad età neolitica, quando l'agricoltura e l’allevamento (su scala ridotta) costituivano le risorse primarie. In località Serra del Palco-Mandria sono stati scavati i resti di capanne con i livelli pavimentali ed i focolari. Sopra tali capanne si impiantarono due monumentali recinti ad abside, corrispondenti ad altrettante unità abitative (ivi compresi gli spazi per gli animali domestici e per il foraggio). I confronti con costruzioni simili nell’area del Mediterraneo orientale (soprattutto nell’isola di Cipro) inducono a credere che piccoli gruppi di genti provenienti da quelle contrade siano venuti a stanziarsi nei nostro territorio, portando una nuova tecnica costruttiva per le abitazioni. I frammenti ceramici recuperati nei livelli di Serra del Palco-Mandria sono del periodo neolitico medio (V millennio a.C. circa), tipici dello stile di Stentinello (che altri preferisce chiamare del Cronio) e di quello a decorazione tricromica (per la classe della ceramica più fine). Abbondanti frammenti ed interessante industria litica provengono, per lo stesso periodo, dalla località Iannicu. Sparute sono finora le testimonianze per l’ultimo periodo dell’età neolitica corrispondente allo stile di Diana (contrade Serra del Palco-Mandria, S. Paolino, Rocca Aquilia).

I due momenti più significativi dell’occupazione di età storica sono senz’altro quello tardo-romano e quello medievale, entrambi ben rappresentati nel grande centro di contrada Amorella, distante in linea d’aria poco più di 2 chilometri dal corso del Gallodoro. Il toponimo, derivato dal nome di un Gaspare de Amorella che, per conto del padre. acquistò quella terra agli inizi del 600. sostituiva il più antico "Rocca del Cannitazzo". Una concentrazione di frammenti di età tardo-romana (lV-V secolo d.C.) con sicure importazioni africane, e con numerose testimonianze di bolli cristiani, indica forse l’inizio dell’occupazione stabile e su vasta scala dell’area in questione, protrattasi, probabilmente senza soluzione di continuità, almeno fino al pieno quattordicesimo secolo. Una laminetta recuperata di recente recava inciso, in caratteri arabi, un versetto del Corano. Appare assai verosimile che proprio in contrada Amorella sia da localizzare il primo casale di Muloc, Mulocca o Milocca, toponimo di derivazione araba attestato anche in altre località della Sicilia, ma di incerta etimologia. E stato a tal riguardo richiamato il termine maluk, mulak "ciliegio", "frutta di re" (habb al-muluk) oppure quello di milk, "grande proprietà", "latifondo", tuttora in uso nella lingua berbera:
ancora più improbabile appare il riferimento al catalano miloca, col significato di "macchina per tirar acqua".
Il nostro casale, controllato dal Vescovo di Agrigento, viene ricordato come proprietà di un Nicolò di Aspello, cavaliere di re Manfredi. Il declino del sito comincia, verosimilmente, con la donazione fatta nel 1363 dall’ultimo barone di Milocca, Giacomo Capizzi, al Monastero di San Martino delle Scale a Palermo. Con la fine di Rocca Amorella, siamo già nel buio anonimo dei feudi, che ha consentito tuttavia la conservazione del toponimo Milocca fino in tempi moderni. Poi, i monaci di San Martino (con la sistemazione monumentale dell’ultimo ‘700) tireranno in lungo le loro liti per gli usi civici con la città di Sutera. Nel 1894 verrà scritta l’epica pagina della rivolta delle donne di Milocca, nel contesto dei Fasci siciliani. Già nel nostro secolo, la frazione di Milocca inizia le sue rivendicazioni di affrancamento da Sutera. Uno dei motivi del contrasto fra i Milocchesi e il Comune di dipendenza era costituito dalla scarsezza delle risorse idriche; le lamentele si intensificarono nel 1921. quando Sutera. con il contributo finanziario anche degli abitanti di Milocca, venne collegata all’acquedotto delle Madonie. L’autonomia amministrativa arriverà soltanto con D.R. del 30 dicembre 1923. I primi anni della nuova situazione non apportarono sostanziali miglioramenti. Anzi, i funzionari inviati come amministratori dalla Provincia di Caltanissetta non consentivano neanche il diritto di determinare indirettamente, come avveniva coi vecchi delegati milocchesi nel Consiglio di Sutera. la gestione delle risorse finanziarie. La nuova pagina per il neonato comune sarà scritta da Totò Angilella, già presidente del comitato per l’autonomia. nominato commissario prefettizio nel 1927 e successivamente eletto sindaco.

L’attuale toponimo Milena. di parziale assonanza con Milocca. dopo un fugace ed assai esplicito Littoria Nissena, risale al dicembre del 1933: al troppo impegnativo Fascio si finì per preferire, per non turbare certi equilibri territoriali, la meno compromettente suocera di Vittorio Emanuele III, Milena di Montenegro. madre della regina Elena. I diversi villaggi-robbe. che col centro urbano vero e proprio costituirono il nuovo Comune, risultavano spesso da aggregazioni di nuclei più piccoli ed erano in origine indicati col nome (o più spesso col soprannome) della famiglia più rappresentativa:
in epoca fascista furono ribattezzati con nomi risorgimentali e patriottici. Era, insomma, una tipica occupazione katà komas ("per villaggi", appunto), probabilmente di lunga durata nella storia del territorio. Quando nel 1928 la sociologa americana Charlotte Gower metteva piede a Milena per indagarne le strutture antropologico-culturali, la vita delle robbe era ancora quella che la tradizione contadina aveva saputo preservare intatta nei suoi profondi valori. Il volume Milocca. A Sicilian Village, pubblicato solo nel 1971, rappresenta ufficialmente l’atto di nascita dell’interesse, tuttora vivo, della cultura storica moderna per il nostro territorio.
Con un episodio isolato alla fine degli anni ‘60, e poi sistematicamente a partire dal 1977, si concretò invece la ricerca archeologica nel comprensorio alla confluenza fra i due fiumi, condotta dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Catania per conto della Soprintendenza ai Beni CC.AA. di Agrigento prima e di Caltanissetta dopo. La sensibilità degli Uffici competenti ha posto le basi per la realizzazione di alcuni espropri in aree di rilevante interesse archeologico, quali Rocca Amorella e Monte Campanella - Serra del Palco. L’Amministrazione comunale, dal canto suo, ha preso l’iniziativa per la costituzione di un Museo Civico, oggi in avanzata fase di realizzazione (ma nessuno sa quale politico avrà il piacere di tagliarne il nastro e quando!), affidato alla gestione della Soprintendenza di Caltanissetta.

Questi aspetti confortanti della vita e dell’identità municipale sono tuttavia ben poca cosa di fronte al pericolo incombente: quello della scomparsa delle strutture e degli assetti tradizionali della società milocchese, travolti da una generalizzata crisi di identità, pasciutasi dei nuovi valori del consumismo. È relativamente recente la tendenza ad abbandonare le robbe, favorita certo dalla costruzione di più confortevoli alloggi popolari, ma determinata anche dalle condizioni di degrado ambientale dei villaggi, che risentivano fatalmente della crisi dell’agricoltura e della stessa società contadina. In tal modo, rischia di essere messo in discussione proprio quel tipo di aggregazione che aveva costituito da sempre l’elemento originale del territorio di Milena.

Una situazione di questo tipo ha finito col determinare negli ultimi tempi, in seno alla comunità locale, una condizione di apparente paradosso. nella quale al recupero di larghi capitoli della storia remota, propiziato dalla ricerca archeologica, corrispondeva, invece, l’oblio per i momenti più recenti.

In tale prospettiva, la piccola Casa-Museo realizzata dalla Pro Loco alla Robba Ranni, che custodisce le testimonianze della civiltà contadina amorevolmente raccolte da Giuseppe Pasquale Palumbo. Presidente delta pro Loco di Milena, vuoi rappresentare un inversione di tendenza. La riproposizione viva e fedele dei modi del vivere, dell’abitare e del lavorare del contadino di qualche decennio addietro corrisponde all’esigenza di una fruizione immediata da parte del visitatore. Le botole nei pavimenti, le tannure, le mensole ai muri, le basi per reggere le brocche, per non dire degli acciottolati e del buio nelle stalle, meritano certamente di più che un sorriso di curiosità o di compiacimento, di più che un tuffo nella memoria dietro le immagini sfocate di nonni e bisnonni. Gli strumenti per la lavorazione della terra (con la prevalente coltura del grano). per quella della lana o del lino affondano le loro radici nei millenni. Le falci e le roncole di ieri equivalgono ai falcetti di selce con immanicature di legno di settemila anni fa, restituiti dagli strati della Serra del Palco. Le macine ed i crivelli così diffusi nelle robbe nascondono lo stesso sudore (soltanto con diverse cantate o cantilene) che le macine e i pestelli rimasti anneriti dall’incendio nel quale fu avvolta una delle capanne neolitiche della stessa Serra del Palco. Nella Casa-Museo stanno dunque scritte le ultime pagine di un lungo capitolo della storia di Milena. Storia anonima. certo. di umili e laboriosi viddani di piccole e modeste comunità lontane dai centri del potere. legate alla realtà agricola e pastorale del territorio. Ma l’intera storia dell’umanità è fatta in primo luogo della viva forza d’attrazione esercitata dal grembo fertile della Terra-Madre. L’identità contadina è la forma primordiale d’amore per la vita.

Quel che resta del convento-fattoria dei Padri Cassinensi (ormai in completa rovina) risale alla ricostruzione settecentesca (1740 come risultava da una lapide sul portale d’ingresso, oggi scomparsa). La chiesa, che costituirà uno dei poli di aggregazione urbana, fu costruita nel 1874; le spese (con contributi derivanti in larga misura dalla vendita del grano) furono affrontate da tutti gli abitanti di Milocca, allora frazione di Sutera. Ad una ventina di anni dopo (il 27 ottobre del 1893) risale la cosiddetta rivolta delle donne, nel contesto dei moti voluti dai Fasci dei Lavoratori. Alcune centinaia di donne riuscirono, in quell’occasione, assaltando la locale caserma dei carabinieri. a liberare quattro braccianti in stato di fermo. L’episodio della rivolta delle donne fu ricordata da Luigi Piradello nel romanzo "I Vecchi e i Giovani".

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